Diario del vino

Profumo di Mediterraneo

 

 

 

 

 

 

La nostra terra, più di altre, è sempre stata caratterizzata dalla particolare qualità aromatica dei suoi profumi naturali: passeggiando in mezzo alla macchia mediterranea nel periodo primaverile o estivo, una delle più forti sensazioni, per intensità e particolarità, è appunto la sensazione olfattiva. Timo, rosmarino, mirto e i pini d’aleppo che costellano la macchia, vengono facilmente individuati grazie alle loro riconosciute proprietà odorose.

Tuttavia la nota dominante del profumo di macchia mediterranea, di quella ‘gariga’ (macchia mediterranea bassa) che poi ritroveremo in alcuni dei vini liguri più fortunati, come il Rossese di Dolceacqua, viene data da un piccolo arbusto, minuto, e dai suoi piccoli fiori composti e gialli.

E’ l’elicriso.

Il nome elicriso deriva dal greco “helios” (letteralmente “sole”) e “chrysos” (“oro”) e si riferisce alla forma e al colore giallo dorato molto luminoso dei suoi fiori. Il suo profumo ricorda quello della liquirizia e del curry, è molto persistente.

Un profumo più evocativo di mille parole.

 

L’importanza di chiamarsi Ernesto

Non è irriverenza.

Curiosità forse è il termine esatto. Ma non è mancanza di rispetto nei confronti delle persone, quanto piuttosto la mancanza di rispetto nei confronti di regole precostituite e accettate per atto di fede.  Questo è l’approccio che abbiamo nei confronti del mondo del vino, nella vigna, nei vini e in tutto quello che a loro è collegato. E quindi non dare nulla per scontato. Provare, provare e provare ancora per dare conferme a ciò che era l’esperienza passata oppure per accettarne l’evoluzione naturale di fronte a smentite concrete. Accettare che la propria idea possa essere sbagliata. Essere onesto nel ragionamento.

A volte, spesso, significa scoprire che il passato è reale tradizione e cioè il passaggio di conoscenza solida. A volte, raramente, ma in maniera radicale, vuol dire riconoscere errori e adoperarsi per correggerli.

Non è facile. Non è veloce. Non è indolore.

Soprattutto in un mondo, il nostro, in cui le stagioni danno la scansione del tempo.
Questa è la regola.
 
Studio continuo, costanza e tante esperienze nuove.
Questo il metodo.
 
E quindi non accetteremo mai mode, bandiere, ortodossie e atti di fede di qualsiasi natura. Non prima di averci messo bene il naso. Letteralmente.
 
Troppo seri? No; perché nel fare questo ci divertiamo moltissimo.
 

a Dolceacqua, a Mandino

 

 

 

 

 

Così scrisse di Dolceacqua Mario Soldati, accompagnato nella sua visita dal grande e storico produttore di Rossese di Dolceacqua: Mandino Cane.

‘’Paesaggio (quello della zona di Arcagna, NdF): il più esaltante che si possa immaginare: è la prima volta che mi capita di vedere una così lunga distesa di vigneti tutta su un dosso: da una parte e dall’altra lo sguardo spazia, oltre la valle del Nervia, oltre la valle della Roya, verso l’Italia, verso il mare aperto, verso la Francia. L’apertura è più ampia dalla parte della Roya: la direi smisurata: si vede biancheggiare il greto quasi all’infinito. Dalla stessa parte, tira una tramontana fredda, tesa, vivificante: ci scende in faccia dai ghiacciai del Clapier (altitudine metri 3150) a meno di trenta chilometri in linea d’aria da noi!
L’aspetto delle vigne ha qualche cosa di rude, di volontario, di arrischiato. In complesso, un paesaggio, opposto a quello del Pornassio, ma egualmente forte. E anche la vecchia villa del generale Origo, che intravediamo tra altre vigne lungo il sentiero del ritorno, partecipa in qualche modo a quell’atmosfera rustica e romantica… (il casolare che poi è diventato il cuore dell’attuale Terre Bianche, NdF)

Purtroppo questo Arcagna, questo Cima d’Aurin e questo Tramontina sono così squisiti, che non non possiamo dire di averli assaggiati: li abbiamo, molto francamente, bevuti. (in riferimento ai vini di Mandino Cane, NdF)

Il giorno dopo…il giorno dopo è l’ultimo giorno della Riviera di Ponente e di tutta la Liguria. Malinconia di ogni fine, anche perché nessuna delle soste del nostro viaggio è stata così bella. Ci rimane, è vero, il cuore dionisiaco del Piemonte, ma se pure il Barolo e il Dolcetto, il Grignolino e la Barbera saranno più grandi, non avranno mai l’incanto di questi vini privati, poetici, fantastici, nei loro paesaggi obliosi e solitari, tra le Alpi e il mare…’’

Da Vino al Vino, Mario Soldati, 1975

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Orgoglio e pregiudizio

 

Innumerevoli sono gli episodi interessanti che accadono in degustazione; se poi la degustazione è alla cieca (per cui non si conosce né il produttore né il contenuto della bottiglia) ci sono momenti di assoluta verità, senza filtri.

eccone uno:

‘’Questo è un grande vino! Il migliore che abbia assaggiato da mesi, nulla a che vedere con quello schifo di vini barricati…’’ l’immortale degustatore, gustando un bicchiere di Bricco Arcagna, barricato!

 

 

Appunti post degustazione e considerazioni a mente libera intorno al mondo del vino

Un respiro di Liguria

Pochi hanno saputo descrivere la nostra terra come lo ha fatto S.Quasimodo:

SUL COLLE DELLE «TERRE BIANCHE»

Dal giorno, superstite
con gli alberi mi umilio.
Assai arida cosa;
a infermo verde amica,
a nubi gelide
rassegnate in piogge.
Il mare empie la notte,
e l’urlo preme maligno
in poca carne affondato.
Un’eco ci consoli della terra
al tardo strazio, amata;
o la quiete geometrica dell’Orsa.

da “Ed è subito sera – Erato ed Apòllion” 1932 – ‘36; Salvatore Quasimodo.

ALLA LIGURIA

Sulle tue montagne, nella ruota
di giovinezza, ho costruito una strada,
in alto tra i castagni;
gli sterratori sollevavano macigni
e stanavano vipere a grappoli.
Era l’estate degli usignoli
meridiani, delle terre bianche,
della foce del fiume Roja.
Scrivevo versi della più oscura
materia delle cose,
volendo mutare la distruzione,
cercando amore e saggezza
nella solitudine delle tue foglie sole.
E franava la montagna e l’estate.
Anche lungo il mare
avara in Liguria è la terra,
come misurato è il gesto
di chi nasce sulle pietre
delle sue rive. Ma se il ligure
alza una mano,
la muove in segno di giustizia.
Carico della pazienza
di tutto il tempo della sua tristezza.
E sempre il navigatore
spinge lontano il mare
dalle sue case per crescere la terra
al suo passo di figlio delle acque.

da “Dare e avere” 1960 – ‘65; Salvatore Quasimodo.

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Il Rossese di Dolceacqua

Per chi si trova a percorrere le vie della costa dell’estremo ponente ligure potrebbe sembrare strano: mare, mondanità, ristoranti alla moda…eppure basta osare: guardare oltre, verso le colline, verso le Alpi, potrebbe svelare un mondo nuovo, per gli occhi, ma antico nei fatti: Dolceacqua.

Il borgo del villaggio medioevale, stretto alla lama di roccia che lo sostiene, con il magnifico castello a dominarlo, dall’alto, è il cuore di una vallata che si apre con inaspettata generosità al cielo. Sulle alture delle colline circostanti, asciutte, regolari si scorgono file di pietre che inanellano i pendii a cercare un po’ di pianura e sollievo per il contadino: le terrazze con i muretti a secco.  Qui l’aria profuma di pini, di macchia mediterranea che circondano le rocce, affioranti, e le vigne; il mare, sullo sfondo, ci ricorda dove siamo. Ed è proprio qui che troveremo il Rossese, l’autoctono ligure per eccellenza. Un vitigno che merita attenzione per la sua unicità, spesso allevato “ad alberello”, come vuole la tradizione mediterranea, così che la chioma della pianta d’estate ombreggi il piede e, quindi, la radice, proteggendoli dai raggi del sole delle ore più calde che asciugano senza rispetto la terra. Non è raro vedere vigne vecchie di più di un secolo e sicuramente da queste viene l’uva, rara, più apprezzata dai produttori; Arcagna, Luvaira, Poggio Pini, Galeae sono solo alcune delle zone tradizionalmente più vocate. Il vino Rossese di Dolceacqua è affascinante, come la sua terra: rosso come un rubino, delicato ed elegante nei profumi speziati e fruttati, solido senza eccessi nel corpo, con tannini mai invadenti ed una sapidità marina evidente che invoglia il bevitore. Buono e piacevole da giovane e, nelle selezioni di alcune cantine, il cosiddetto Superiore, non facile da reperire, particolarmente interessante, in quanto l’evoluzione nel medio invecchiamento è esaltazione della speziatura e della mineralità naturali, con profumi di notevole complessità.

Espressione sincera e simbolo, per purezza e tipicità, dell’orgoglio ligure.

Il vino è arte

Da quando nella mia vita è entrato il vino mi sono sempre interrogato su questa domanda: può il vino entrare a pieno titolo nel mondo dell’arte? Nel vedere mio padre estasiato davanti ad un calice fortunato, nell’entrare da bambino nel tempio laico che è la cantina, con le sue monumentali botti, i profumi di ‘incenso popolare’ delle fermentazioni, c’era qualcosa di profondo, evocativo: era impossibile non chiederselo ed era impossibile non rispondersi si, il vino è un’arte; per me quasi un atto di fede.

E’ arte in senso classico e puramente estetico perché naturalmente poggia su alcune regole perfezionate in secoli di esperienza e tradotte nell’instancabile lavoro nelle vigne e nel disperato tentativo di non peggiorare in cantina ciò che la natura ci ha concesso. Regole tradotte e perfezionate da talenti instancabili, quieti e determinati, con solo ultimo scopo di dimostrare la Verità nel bicchiere,  la semplice, incontestabile e cristallina purezza di un grande vino.

E’ arte in senso moderno perché capace di trasmettere emozioni direttamente, senza la necessità di spiegare; come la musica, come la pittura o le altre belle arti. Con la capacità di rivelare e svelare; evocare sensazioni e ricordi.

E’ arte nell’interpretazione unica dell’uomo, perché con le stesse grandi uve possono essere vinificati due grandi vini, seppur diversi, da due grandi vignaioli.

Più semplicemente è arte quando, anche se per un momento, assottiglia la distanza tra gli uomini.