Diario del vino

 

Appunti post degustazione e considerazioni a mente libera intorno al mondo del vino

La vigna di Calvino

 

 

 

 

 

 

 

Italo Calvino non amava Sanremo, dove aveva vissuto dai due ai diciannove anni e studiato fino alla terza liceo e dove ieri si è concluso il primo convegno di studi sullo scrittore a un anno dalla morte. Già nel ‘ 57 aveva scritto il lungo racconto La speculazione edilizia, ritratto piuttosto impietoso della cittadina ligure sconvolta dal boom edilizio, dalla famelica smania della media borghesia industriale di costruirsi l’ appartamento al mare (il piccone che dirocca la villetta liberty a due piani, la scure che abbatte la palma washingtoniana, le araucarie, le piante tropicali, le spalliere di plumbago, per far posto alle future, soleggiate bicamere- servizi). Avendo voglia, si potrebbero rintracciare tra gli ingegneri e i costruttori del racconto, in bilico tra l’ imbroglio e le cambiali, vecchie conoscenze di Calvino. Lo scrittore è poi tornato a Sanremo solo per vedere ogni tanto la madre. Quando Eva Mameli Calvino morì, l’ ultimo legame con la cittadina rimase Villa Meridiana dove la famiglia Calvino aveva abitato: una volta era circondata da uno stupendo giardino tropicale, dove molti anni prima il padre Mario aveva costituito la Stazione sperimentale di floricoltura (visto in una prospettiva sanremese, sarebbe stato molto più giusto dedicare il convegno a Mario Calvino, agronomo geniale, bizzarro, nevrotico, che trasformò l’ economia della zona con l’ introduzione della floricoltura). Poi anche la villa, nel 1979, venne venduta: una vicenda penosa per lo scrittore, complicata da strane e non chiare mene da parte del Comune. Da allora Italo non è mai più voluto tornare a Sanremo, dice Chichita Calvino. Nell’ introduzione a una ristampa del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino ha scritto che il lungomare con le palme, il Casinò, gli alberghi liberty non gli erano mai piaciuti: anche prima della speculazione edilizia. Aveva invece amato intensamente il paesaggio collinare ligure, almeno quello che ne era rimasto. Italo era come immerso in un sentimento della natura: gli alberi, i costoni, i picchi, le fasce, ossia le terrazze, racconta Francesco Biamonti coltivatore di mimose e scrittore. Era un camminatore delle colline. Osservava i paesi sparsi sopra le fasce, i cieli ventosi e chiari che quasi fa male a guardarli. Mi pare abbia detto da qualche parte che questo paesaggio era gelosamente suo, non descritto da nessun altro, tranne Montale. Ripeteva di poter leggere Montale quasi sempre in chiave di memoria locale, anche se Italo era della Riviera di Ponente e Montale di quella di Levante. Biamonti, che ha presentato una breve testimonianza al convegno, abita a San Biagio della Cima, nell’ entroterra di Ventimiglia: una casetta modesta, senza telefono, con davanti una vigna. Il suo libro L’ angelo di Avrigue è stato pubblicato nel 1983 da Einaudi anche grazie a Calvino. Quando lesse il manoscritto, mi mandò subito una lettera deliziosa. Poi ci siamo incontrati a Torino. Dicono che non parlasse, tutti ricordano i suoi famosi silenzi. Ma con me è stato una giornata intera a chiacchierare, interessato, curioso, protettivo. A pranzo c’ era anche Giulio Einaudi, che voleva sapere questo e quello, perché non hai scritto prima, eccetera. Io ero imbarazzato. Italo se ne accorse e sottovoce mi disse in dialetto: battitene il belin, sbattitene, non rispondere. Dice Biamonti che Calvino era contento di essersi disfatto di Villa Meridiana assediata dal cemento dove poi hanno costruito un condominio. Ma era molto pentito di aver venduto anche la vigna di San Giovanni, un pezzo di terra sopra Sanremo: Ci facevano il rossese, un buon vino, lo stesso che faccio io. Al mattino presto, con l’ aria chiara, si poteva vedere la Corsica, lo scrive in un suo racconto… Credo che Roma, dove si era trasferito, non gli piacesse più, andava cercando in qualche modo le sue radici, come succede sempre a una certa età. Una volta mi mandò a dire da un amico comune, un poeta, Armand Rapoport, che vive tra Parigi e Mentone, di non fare come lui, di non vendere mai la vigna: Uno ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, perché la vita è diventata triste. Al convegno sono mancati alcuni relatori, ci sono stati spunti interessanti. Giulio Einaudi ha letto alcune lettere inedite assai curiose dello scrittore spedite dagli Stati Uniti nel 1959: Calvino ossessionato dalle enormi auto, che lo affascinano;; Calvino entusiasta dei computers, che tutti i ragazzi, secondo lui, dovrebbero imparare ad usare. Anche un Calvino scrittore di costume, che fa una sarcastica descrizione di ambienti intellettuali nuovayorkesi: Allen Ginsberg, il poeta, con una barbaccia nera schifosa, una maglietta bianca sotto un vestito scuro a doppiopetto, scarpette da tennis. Arrabal uno scrittore di pièces teatrali che nessuno ha mai voluto rappresentare, arrivato negli States per scandalizzare. E che viene ritrovato da Calvino nella sua camera d’ albergo, scandalizzato e inorridito, perché hanno tentato di sedurlo: rivelandosi, improvvisamente, il povero ragazzetto spagnolo che fino a pochi anni fa studiava da prete. Il tema del convegno doveva essere qualcosa come Calvino tra letteratura e scienza, con partecipazione appunto di letterati e di scienziati.

Il problema di Calvino l’ ha ripetuto molte volte era naturalmente quello della forma narrativa: scrivere un nuovo libro significava per lui costruire una nuova forma di racconto, perché sapeva di appartenere a una generazione votata o condannata agli esperimenti e agli azzardi linguistici (Mann si era sporto dall’ estrema ringhiera dell’ 800, Calvino guardava il mondo precipitando nella tromba delle scale…). La scienza e dintorni, a un certo momento, si sono prestati come i materiali più congeniali per il suo immaginario, come una miniera in cui scavare con buoni risultati. Fisica, astrofisica, scienze naturali, come universo di conoscenze straordinarie, come idee e spunti per trasfigurazioni ironiche, per manipolazioni, al solo fine ultimo della resa letteraria. Così inevitabilmente il convegno, almeno negli interventi più alti, si è posto un altro dilemma: detto grossolanamente, il dilemma del miglior Calvino. Gore Vidal, che ha lanciato Calvino negli Stati Uniti, diceva nei suoi saggi che Calvino, andando a Parigi, era stato infettato in qualche maniera dai francesi: i semiologi, la Sarraute, Robbe- Grillet, Queneau e poi, oltre ai francesi, naturalmente, Borges: Nelle Cosmicomiche le influenze sono generalmente benigne, perché Calvino è un artista troppo formidabile e originale per venir deragliato da teorici o da altri autori, però in uno o due racconti…. E’ una discussione ancora attuale. Nella relazione introduttiva al convegno, Natalino Sapegno si è in un certo senso schierato dalla parte di Vidal. Il decennio che va pressappoco dal 1952 al 1963, ossia da una parte racconti come La speculazione edilizia o La giornata di uno scrutatore, dall’ altra le allegorie del Visconte dimezzato, del Barone rampante, del Cavaliere inesistente, ha detto, rappresenta il momento di più profondo impegno e di più alta maturità nella carriera letteraria di Calvino. L’ ultima fase, dalle Cosmicomiche a Se una notte d’ inverno un viaggiatore, sarebbe solo un gioco a freddo dell’ intelligenza, un’ insopportabile ostentazione di bravura, se non riflettesse una crisi che investe tutte le strutture della società. Altri intervenuti, come Franco Croce, non sono stati d’ accordo: e qui si potrebbe discutere all’ infinito se l’ estrema nitidezza ed eleganza di Calvino erano diventate così sottili (non nel senso di esili) da risultare glaciali. Ma la relazione più interessante mi è sembrata quella di Vittorio Coletti, un giovane professore che insegna all’ università di Trento, sull’italiano di Calvino. Un ottimo modello di buon italiano dimenticato, che solo uno scrittore illuminista poteva resuscitare. Ma non un italiano medio a cui sono sempre mancate doti di precisione e di concretezza. Il mio ideale linguistico, aveva scritto Calvino nel ‘ 55, è un italiano che sia il più possibile concreto e il più possibile preciso. Il nemico da abbattere è la tendenza degli italiani ad usare espressioni astratte e generiche. Credo che la tendenza di Calvino a parlar poco, oltre a ragioni di introversione personale, rispondesse ad un certo disgusto per la parola parlata, sbadata e non rigorosa, inesatta, approssimata. E che una delle ragioni del suo scrivere fosse l’ ansia di dare alla parola una forma e un ordine. Anni fa Pasolini, sollevando una nuova questione della lingua, disse che l’ italiano finalmente era nato ma che non gli piaceva perché era tecnologico. E Calvino, chiamato ad intervenire, rispose che l’ italiano stava morendo e che sarebbe sopravvissuto solo diventando una lingua strumentalmente moderna, ha raccontato Coletti. Calvino non era spaventato dalla precisione tecnologica del linguaggio: ne temeva, invece, la specializzazione corporativa, la trasformazione in gergo, in antilingua. Diceva: più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti e più acquista stile. In fondo c’ è nel Calvino che realizza queste scelte di lingua e di stile, non solo una vocazione di poeta, ma anche un istinto pedagogico dell’ intellettuale illuminista: la professionalità dei pochi trasferita nel bagaglio comune dei molti.

da La Repubblica, articolo di Stefano Malatesta, 30 Novembre 1986.

Optimus potor

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così scrisse Paolo Monelli del Rossese di Dolceacqua nel suo libro ‘O.P. ossia Il vero bevitore’, edizioni Longanesi&C.

(Da pag.90)

‘ In questo capitolo e nel seguente parlerò soltanto di alcuni vini degni di essere celebrati per particolari virtù, o preziosi perché rari, o che hanno rallegrato in modo particolare qualche momento della mia vita o ai quali mi legano personali ricordi;’

(Da pagg. 117-118)

‘Rossese e vermentino di Dolceacqua

Passata Bordighera, un po’ prima di Ventimiglia si apre a destra una strada che sale verso le grandi montagne. Si va su per la valle del torrente Nervia per sette o otto chilometri, si trova un borgo vetustissimo e nero, di qua e di là dal torrente; un’impennata di case altissime, fatte di sassi nudi spigolosi, di finestre strette, che si inerpicano fin sotto la spianata di un castellaccio di cui sono in piedi soltanto le mura e i torrioni, costruito nel ‘400 da un ramo della famiglia Doria, i marchesi di Dolceacqua, in guerra secolare con i Grimaldi signori di Monaco. A settentrione del paese stanno i rari vigneti da cui si allevano il rossese e il vermentino; bisogna venirli a bere sul posto, presso i pochi vignaioli che ancora vi attendono, dolendosi della pena grande e dei guadagni scarsi; o cercarli nelle poche trattorie lungo la riviera che di quei produttori siano clienti fidati. Del vermentino, bianco o limpido, non se ne fa quasi più, mi ha detto nella sua cantina a Dolceacqua il vinattiere Franco Raimondo ,di cui mi aveva dato l’indirizzo Virgilio farmacista del luogo, che orgoglioso della sua qualità di farmacista rurale consiglia più spesso vino che pasticche agli ammalati. Nemmeno lui, il vinattiere, avrebbe potuto farmene assaggiare un poco della sua riserva particolare perché ne ha una damigiana sola, e la tiene chiusa per l’intenditore che gliela compri, ed il contenuto prometta di beverselo con gli amici. Mi propinò invece un rossese, del ’59, perché il ’60 è stata una cattiva annata; stappando due bottiglie, una di vino di dodici gradi e un’altra distinta da una diversa etichetta che ha una gradazione più forte e fa parte di una piccola riserva che chiama Napoleone. Perché i grappoli che maturano su quei pendii su per la valle elaborano ciascuno a suo modo il calore del sole e il succo del ceppo e del terreno; sì che l’annata dà diversi tipi, e in fondo non c’è bottiglia uguale all’altra; il che, mi erudì, è il solo e sicuro indizio che il vino non abbia subito alcun trattamento disonesto e arbitrario. Ed è giusto; anche le ragazze che dopo il vino sono la più bella cosa che Dio abbia dato agli uomini perché si consolino del vivere (e qui ammiccò ad una ardita brunetta presente), anche le ragazze piacciono tanto perché l’una è diversa dall’altra; peccato che anch’esse si stanno guastando, come il vino fatto dai poco scrupolosi, ed a furia di seguire tutte una stessa foggia e acconciarsi nella stessa maniera e parlare con lo stesso vocabolario diventeranno anche loro tutte uguali, intercambiabili come i pezzi delle automobili. Ed un’altra cosa mi disse il vinattiere, che il rossese non è vino che vuole diventare vecchio; altro punto di somiglianza con le ragazze. Ma la sua bontà, come mi fece provare mescendo dall’una e dall’altra bottiglia, è subito conclusa, cosicché questo raro vino (che ha un bel colore rubino, un lieve profumo di fragola e un grandissimo gusto che quando il liquido passa sotto l’ugola si lascia addietro un che di amariccio) ha le piacevolezze del vino giovane, e tutte le severe virtù di quello invecchiato.’

da ‘O.P. ossia Il vero bevitore’, di Paolo Monelli, edizioni Longanesi&C., 1963.

Il Dolceacqua rampante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così scrisse del Dolceacqua e della vendemmia il grande Italo Calvino, nel suo Barone Rampante.

“Ombrosa era una terra di vigne, anche. Non l’ho mai messo in risalto perché seguendo Cosimo ho dovuto tenermi sempre alle piante d’alto fusto. Ma c’erano vaste pendici di vigneti, e ad agosto sotto il fogliame dei filari l’uva rossese gonfiava in grappoli d’un succo denso già di color vino. Certe vigne erano a pergola: lo dico anche perché Cosimo invecchiando s’era fatto così piccolo e leggero e aveva così bene imparata l’arte di camminare senza peso che le travi dei pergolati lo reggevano. Egli poteva dunque passare sulle vigne, e così andando, e aiutandosi con gli alberi da frutta intorno, e reggendosi ai pali detti scarasse, poteva fare molti lavori come la potatura, d’inverno, quando le viti sono nudi ghirigori attorno al fil di ferro, o sfittire la troppa foglia d’estate, o cercare gli insetti, e poi a settembre la vendemmia.

Per la vendemmia veniva a giornata nelle vigne tutta la gente ombrosotta, e tra il verde dei filari non si vedeva che sottane a colori vivaci e berrette con la nappa. I mulattieri caricavano corbe piene sui basti e le vuotavano nei tini; altre se le prendevano i vari esattori che venivano con squadre di sbirri a controllare i tributi per i nobili del luogo, per il Governo della Repubblica di Genova, per il clero ed altre decime. Ogni anno succedeva qualche lite.

Le questioni delle parti del raccolto da erogare a destra e a manca furono quelle che dettero motivo alle maggiori proteste sui «quaderni di doglianza», quando ci fu la rivoluzione in Francia. Su questi quaderni si misero a scriverci anche a Ombrosa, tanto per provare, anche se qui non serviva proprio a niente. Era stata una delle idee di Cosimo, il quale in quel tempo non aveva più bisogno d’andare alle riunioni della Loggia per discutere con quei quattro vuotafìaschi di Massoni. Stava sugli alberi della piazza e gli veniva intorno tutta la gente della marina e della campagna a farsi spiegare le notizie, perché lui riceveva le gazzette con la posta, e in più aveva certi amici suoi che gli scrivevano, tra cui l’astronomo Bailly, che poi lo fecero maire (=sindaco) di Parigi, e altri clubisti. Tutti i momenti ce n’era una nuova: il Necker, e la pallacorda, e la Bastiglia, e Lafayette col cavallo bianco, e re Luigi travestito da lacchè. Cosimo spiegava e recitava tutto saltando da un ramo all’altro, e su un ramo faceva Mirabeau alla tribuna, e sull’altro Marat ai Giacobini, e su un altro ancora re Luigi a Versaglia che si metteva la berretta rossa per tener buone le comari venute a piedi da Parigi.

Per spiegare cos’erano i «quaderni di doglianza», Cosimo disse: – Proviamo a farne uno -. Prese un quaderno da scuola e l’appese all’albero con uno spago; ognuno veniva lì e ci segnava le cose che non andavano. Ne saltavano fuori d’ogni genere: sul prezzo del pesce i pescatori, e i vignaioli sulle decime, e i pastori sui confini dei pascoli, e i boscaioli sui boschi del demanio, e poi tutti quelli che avevano parenti in galera, e quelli che s’erano presi dei tratti di corda per un qualche reato, e quelli che ce l’avevano coi nobili per questioni di donne: non si finiva più. Cosimo pensò che anche se era un «quaderno di doglianza» non era bello che fosse così triste, e gli venne l’idea di chiedere a ognuno che scrivesse la cosa che gli sarebbe piaciuta di più. E di nuovo ciascuno andava a metterci la sua, stavolta tutto in bene: chi scriveva della focaccia, chi del minestrone; chi voleva una bionda, chi due brune; chi gli sarebbe piaciuto dormire tutto il giorno, chi andare per funghi tutto l’anno; chi voleva una carrozza con quattro cavalli, chi si contentava d’una capra; chi avrebbe desiderato rivedere sua madre morta, chi incontrare gli dèi dell’Olim¬po: insomma tutto quanto c’è di buono al mondo veniva scritto nel quaderno, oppure disegnato, perché molti non sapevano scrivere, o addirittura pitturato a colori. Anche Cosimo ci scrisse: un nome: Viola. Il nome che da anni scriveva dappertutto.

Ne venne un bel quaderno, e Cosimo lo intitolò «Quaderno della doglianza e della contentezza». Ma quando fu riempito non c’era nessuna assemblea a cui mandarlo, perciò rimase lì, appeso all’albero con uno spago, e quando piovve restò a cancellarsi e a infradiciarsi, e quella vista faceva stringere i cuori degli Ombrosotti per la miseria presente e li riempiva di desiderio di rivolta.

Insomma, c’erano anche da noi tutte le cause della Rivoluzione francese. Solo che non eravamo in Francia, e la Rivoluzione non ci fu. Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.

A Ombrosa, però, corsero ugualmente tempi grossi. Contro gli Austrosardi l’esercito repubblicano muoveva guerra lì a due passi. Massena a Collardente, Laharpe sul Nervia, Mouret lungo la Cornice, con Napoleone che allora era soltanto generale d’artiglieria, cosicché quei rombi che si udivano giungere a Ombrosa sul vento or sì or no, era proprio lui che li faceva.

A settembre ci si preparava per la vendemmia. E pareva ci si preparasse per qualcosa di segreto e di terribile.

I conciliaboli di porta in porta:

- L’uva è matura!
- È matura! Eh già!
- Altro che matura! Si va a cogliere!
- Si va a pigiare!
- Ci siamo tutti! Tu dove sarai?
- Alla vigna di là del ponte. E tu? E tu?
- Dal Conte Pigna.
- Io alla vigna del mulino.
- Hai visto quanti sbirri? Paiono merli calati a beccare i grappoli.
- Ma quest’anno non beccano!
- Se i merli sono tanti, qui siamo tutti cacciatori!
- C’è chi invece non vuol farsi vedere. C’è chi scappa.
- Come mai quest’anno la vendemmia non piace più a tanta gente?
- Da noi volevano rimandarla. Ma ormai l’uva è matura!
- È matura!

L’indomani invece la vendemmia cominciò silenziosa. Le vigne erano affollate di gente a catena lungo i filari, ma non nasceva nessun canto. Qualche sparso richiamo, grida: – Ci siete anche voi? È matura! – un muovere di squadre, un che di cupo, forse anche del cielo, che era non del tutto coperto ma un po’ greve, e se una voce attaccava una canzone rimaneva subito a mezzo, non raccolta dal coro. I mulattieri portavano le corbe piene d’uva ai tini. Prima di solito si facevano le parti per i nobili, il vescovo e il governo; quest’anno no, pareva che se ne dimenticassero.

Gli esattori, venuti per riscuotere le decime, erano nervosi, non sapevano che pesci pigliare. Più passava il tempo, più non succedeva niente, più si sentiva che doveva succedere qualcosa, più gli sbirri capivano che bisognava muoversi ma meno capivano che fare.

Cosimo, coi suoi passi da gatto, aveva preso a camminare per i pergolati. Con una forbice in mano, tagliava un grappolo qua e un grappolo là, senz’ordine, porgendolo poi ai vendemmiatori e alle vendemmiatrici là di sotto, a ciascuno dicendo qualcosa a bassa voce.

Il capo degli sbirri non ne poteva più. Disse: – E ben, e allora, così, vediamo un po’ ‘ste decime? -L’aveva appena detto e s’era già pentito. Per le vigne risuonò un cupo suono tra il boato e il sibilo: era un vendemmiatore che soffiava in una conchiglia di quelle a buccina e spargeva un suono d’allarme nelle valli. Da ogni poggio risposero suoni uguali, i vignaiuoli levarono le conchiglie come trombe, e anche Cosimo, dall’alto d’una pergola.

Per i fìlari si propagò un canto; dapprima rotto, discordante, che non si capiva che cos’era. Poi le voci trovarono un’intesa, s’intonarono, presero l’aire, e cantarono come se corressero, di volata, e gli uomini e le donne fermi e seminascosti lungo i filari, e i pali le viti i grappoli, tutto pareva correre, e l’uva vendemmiarsi da sé, gettarsi dentro i tini e pigiarsi, e l’aria le nuvole il sole diventare tutto mosto, e già si cominciava a capire quel canto, prima le note della musica e poi qualcuna delle parole, che dicevano: – Ça ira! Ça ira! Ça ira! – e i giovani pestavano l’uva coi piedi scalzi e rossi, – Ça ira! – e le ragazze cacciavano le forbici appuntite come pugnali nel verde fìtto ferendo le contorte attaccature dei grappoli, – Ça ira! – e i moscerini a nuvoli invadevano l’aria sopra i mucchi di graspi pronti

per il torchio, – Ça ira! – e fu allora che gli sbirri persero il controllo e: – Alto là! Silenzio! Basta col bordello! Chi canta lo si spara! – e cominciarono a scaricare fucili in aria.

Rispose loro un tuono di fucileria che parevano reggimenti schierati a battaglia sulle colline. Tutti gli schioppi da caccia d’Ombrosa esplodevano, e Cosimo in cima a un alto fico suonava la carica nella conchiglia a tromba. Per tutte le vigne ci fu un muoversi di gente. Non si capiva più quel che era vendemmia e quel che era mischia: uomini uva donne tralci roncole pampini scarasse fucili corbe cavalli fil di ferro pugni calci di mulo stinchi mammelle e tutto cantando: Ça ira!

- Eccovi le decime! – Finì che gli sbirri e gli esattori furono cacciati a capofitto nei tini pieni d’uva, con le gambe che restavano fuori e scalciavano. Se ne tornarono senza aver esatto niente, lordi da capo a piedi di succo d’uva, d’acini pestati, di vinacce, di sansa, di graspi che restavano impigliati ai fucili, alle giberne, ai baffi.

La vendemmia proseguì come una festa, tutti es¬sendo convinti d’aver abolito i privilegi feudali. In¬tanto noialtri nobili e nobilotti c’eravamo barricati nei palazzi, armati, pronti a vender cara la pelle. (Io veramente mi limitai a non mettere il naso fuori dall’uscio, soprattutto per non farmi dire dagli altri nobili che ero d’accordo con quell’anticristo di mio fratello, reputato il peggior istigatore, giacobino e clubista di tutta la zona). Ma per quel giorno, cacciati gli esattori e la truppa, non fu torto un capello a nessuno.

Erano tutti in gran daffare a preparare feste. Misero su anche l’Albero della Libertà, per seguire la moda francese; solo che non sapevano bene com’erano fatti, e poi da noi d’alberi ce n’erano talmente tanti che non valeva la pena di metterne di finti. Così addobbarono un albero vero, un olmo, con fiori, grappoli d’uva, festoni, scritte: «Vive la Grande Nation!» In cima in cima c’era mio fratello, con la coccarda tricolore sul berretto di pel di gatto, e teneva una conferenza su Rousseau e Voltaire, di cui non si udiva neanche una parola, perché tutto il popolo là sotto faceva girotondo cantando: Ça ira!

L’allegria durò poco. Vennero truppe in gran forza: genovesi, per esigere le decime e garantire la neutralità del territorio, e austrosarde, perché s’era sparsa già la voce che i giacobini d’Ombrosa volevano proclamare l’annessione alla «Grande Nazione Universale» cioè alla Repubblica francese. I rivoltosi cercarono di resistere, costruirono qualche barricata, chiusero le porte della città… Ma sì, ci voleva altro! Le truppe entrarono in città da tutti i lati, misero posti di blocco in ogni strada di campagna, e quelli che avevano nome d’agitatori furono imprigionati, tranne Cosimo che chi lo pigliava era bravo, e altri pochi con lui.

Il processo ai rivoluzionari fu messo su alle spicce, ma gli imputati riuscirono a dimostrare che non c’entravano niente e che i veri capi erano proprio quelli che se l’erano svignata. Così furono tutti liberati, tanto con le truppe che si fermavano di stanza a Ombrosa non c’era da temere altri subbugli. Si fermò anche un presidio d’Austrosardi, per garantirsi da possibili infiltrazioni del nemico, e al comando d’esso c’era nostro cognato D’Estomac, il marito di Battista, emigrato dalla Francia al seguito del Conte di Provenza.

Mi ritrovai dunque tra i piedi mia sorella Battista, con che piacere vi lascio immaginare. Mi s’installò in casa, col marito ufficiale, i cavalli, le truppe d’ordinanza. Lei passava le serate raccontandoci le ultime esecuzioni capitali di Parigi; anzi, aveva un modellino di ghigliottina, con una vera lama, e per spiegare la fine di tutti i suoi amici e parenti acquistati decapitava lucertole, orbettini, lombrichi ed anche sorci. Così passavamo le serate. Io invidiavo Cosimo che viveva i suoi giorni e le sue notti alla macchia, nascosto in chissà quali boschi.”

Da “Il barone rampante”, Cap.XXVI, Italo Calvino, 1957

Ritrovarsi

 

 

 

 

 

 

“Filippo, devi venire a trovarmi: tuo papà, Claudio, mi ha dato qualcosa che, credo, dovresti vedere.”

“Ascolta’’, mi dice l’amico, “Sono passati tanti anni da quando Claudio venne da me con qualcosa, che voleva custodissi io, per lui. Aveva in mente un’idea, non sapevo esattamente cosa, finché non vidi le bottiglie. Capii subito e gli offrii di conservarle in un luogo adatto, una grotta scavata nella roccia, della mia famiglia. Entrammo dunque all’interno, scegliemmo una parte meno umida, e preparammo un letto di sabbia su cui adagiammo le bottiglie. Uscimmo a rivedere il sole, e chiusi la porta. Quel giorno ci sedemmo in terrazza, davanti a calici allegri, e parlammo per ore: del passato, del futuro, e della promessa di stappare una bottiglia ogni tanto per ricordare, e per imparare. Una gran bella giornata.
Dopo qualche tempo Claudio è mancato, le bottiglie sono rimaste là, non le ho più toccate. Te le voglio mostrare.’’

La serratura, dopo molti sforzi, è aperta. Entriamo nel bugigattolo buio con l’aiuto di una torcia, sotterranei. La lontananza dalla luce e dal vento si fa sentire.

Le bottiglie sono lì, ora, davanti a me, sul loro letto di sabbia; sono emozionato.

Dieci magnum. Di Arcagna! Di Bricco! Di papà!

Non capisco, ma penso, mentre li guardo: sono sulla sabbia, sono nella sabbia. Sono sabbia.

E io, pure.

 

Come scorrea la calda sabbia lieve
Per entro il cavo della mano in ozio,
Il cor sentì che il giorno era più breve.
E un’ansia repentina il cor m’assalse
Per l’appressar dell’umido equinozio
Che offusca l’oro delle piagge salse.
Alla sabbia del Tempo urna la mano
Era, clessidra il cor mio palpitante,
L’ombra crescente d’ogni stelo vano
Quasi ombra d’ago in tacito quadrante
“La sabbia del Tempo”, da ‘Alcyone’, 1903, Gabriele D’Annunzio.


Ringraziamenti

Doverosi e sentiti ringraziamenti agli studiosi che con il loro prezioso lavoro ci hanno permesso di svolgere ricerche approfondite e la compilazione della sezione storica ‘Prima di noi’, all’interno del sito. Un lavoro di ricerca che non finisce mai. Filippo Rondelli

Bibliografia

- Bollettino della Società Geografica Italiana, Serie VIII Vol.XII, settembre ottobre 1959, R.Ronchi
- Camporosso, storia civile e religiosa, Nilo Calvini
- Dolceacqua dalle origini ai giorni d’oggi, AA. Vari
- Genova, rivista del Comune, n°9 del 1960, L.Basso
- Guida di Dolceacqua e della Val Nervia, B.Durante e A.Eremita
- Il Rossese di Dolceacqua, A. Carassale
- Intemelion, quaderno di studi dell’accademia culturale intemelia, direttore G.Palmero.
- Marciando per le Alpi, R.Capaccio e B.Durante
- Storia del Marchesato di Dolceacqua, G.Rossi
- Topografia storica della Liguria, G. Petracco Sicardi
- Toponomastica Intemelia, N.Lambroglia

Per il reperimento del materiale storico:

- IGMI (Istituto geografico militare italiano), Firenze.
- Istituto nazionale di studi Liguri, sede di Bordighera.
- Il comune di Dolceacqua, Biblioteca e archivio storici, nella persona di A.Piombo.
- La biblioteca comunale di Ventimiglia.
- L’archivio di Stato di Genova.
- L’archivio di Stato di Torino.
- la Regione Liguria.

 

Arcagna

 

 

 

 

 

 

Probabilmente l’etimologia del nome deriva dalla radice latina arx, arcis che significa ‘parte elevata’, ‘rocca’ e dal celtico aa, che significa ‘acqua’; da cui ‘luogo alto sull’acqua’. La particolare conformazione della vallata e la posizione sulla sommità della collina, dominante rispetto a Dolceacqua, tenderebbero ad avvalorare questa tesi.

Questo è il nome che porta il luogo in cui viviamo e lavoriamo.

Il nome di una vigna unica.

Pietre miliari

 

 

 

 

 

 

La bottiglia di Rossese di Dolceacqua Terre Bianche del 1892, unica.

Custodita dal decano della famiglia Rondelli, il prozio Adelmo, detto ‘il marinaio’.

La vigna di provenienza è quella in zona terre bianche, comune di Camporosso, limitrofo al comune di Dolceacqua: la vigna da cui prese il nome l’azienda di famiglia.

Memoria in bottiglia

 

 

 

 

 

 

Perché aprire le nostre vecchie bottiglie è un po’ come sfogliare l’album fotografico di famiglia. In una foto ci troveremo bambini sorridenti, in un’altra adolescenti svogliati, in un’altra ancora cercheremo chi non è più con noi.

Molti ricordi.

E magari, se la fortuna ci assiste, tra le foto sbiadite ne troveremo una a colori vividi, scoprendo l’orgoglio di aver partecipato a qualcosa di bello.

Ricorderò sempre l’emozione malinconica e la nobiltà pesata del Bricco Arcagna 1996, che ha indicato puntuale la strada da percorrere; oppure la sopresa nel trovare il piglio burbero e sincero del vitale Dolceacqua 1987, aperto per gioco tra amici.

Bottiglie che ci insegnano tanto.

Foto di Andrea Federici, www.andreafedericiphoto.com, che ringraziamo per la gentilezza.

Il tempo che passa

 

 

 

 

 

 

La nostra prima etichetta ufficiale, di oltre trent’anni fa.

Raffigura una cartina acquistata nel mercatino di Portobello, a Londra. Una certezza: la Liguria, terra e mare.

In basso, a sinistra il nome della nonna, Marta, e dei suoi figli, i fratelli Paolo e Claudio, come si faceva una volta. La cantina ancora a Brunetti, a Camporosso, prima che ci trasferissimo in Arcagna, a Dolceacqua; era un bugigattolo chiuso, ma di pietra, viva.

L’annata veniva scritta a penna, spesso da noi bimbi. Le etichette incollate una ad una a mano, con colla casereccia.

L’insieme della bottiglia risultava leggermente posticcio, ma d’effetto. Elegante, quasi snob, nella capsula più corta del tappo, nei toni vinaccia del suo colore, nella bottiglia con la spalla stretta e distesa.

Ancora lì a ricordarci da dove veniamo.

Il gusto del vino è nella nostra testa

 

 

 

 

 

 

La degustazione del vino è prassi ordinaria per chi lavora in cantina; partendo dall’analisi sensoriale si individuano pregi o difetti, che, portati all’evidenza da questa prima operazione, vengono poi gestiti da un accurato lavoro di cantina atto a indirizzare il vino verso un’idea interpretativa o un’altra (è un fatto che dalle stesse uve si possano ottenere diversi risultati applicando ‘interpretazioni’ differenti). Fermo restando che anche il migliore lavoro di cantina non può che peggiorare o, al massimo, eguagliare ciò che la vigna ci ha dato.
La comprensione della degustazione, in quanto metodo analitico (diverso il discorso di chi, giustamente, beve per piacere personale), è quindi molto importante per valutare l’attendibilità dei suoi risultati.
E’ ormai chiarito che contrariamente a quello che si tende a pensare, ciò che viene definito il gusto del vino, nel linguaggio quotidiano, non è una proprietà esclusiva del vino, ma una costruzione mentale di chi degusta, che viene chiamata rappresentazione; la rappresentazione è il risultato dell’interazione del vino con un degustatore in condizioni particolari.

In definitiva, si potrebbe riassumere il tutto con la formula:

rappresentazione = vino * degustatore * condizioni

Ciò che la scuola francese (che per prima ha studiato l’argomento) riassume con le 3P (place*personne*produit).

Ognuno di questi elementi, necessari alla degustazione, è ovviamente suscettibile di forti condizionamenti, sia interni che esterni.
Ad esempio, il vino è una sostanza che evolve nel tempo, per sua fisiologia, ma, nello stesso tempo, è anche condizionabile da fenomeni esterni come la temperatura, la luce solare…; lo stesso vale per il degustatore che non solo percepisce profumi e gusti diversamente nell’arco della propria vita, o a seconda di situazioni temporanee, ma è condizionato anche da agenti esterni, che non solo influiscono direttamente sul gusto (provate ad assaggiare un carciofo crudo e, di seguito, a bere un bicchiere di vino rosso), ma anche indirettamente (la sola idea che il vino che vedete è rosso vi suggerisce il gusto da sentire; cfr studi ‘Cognition et dégustation’, F.Brochet, Università di Bordeaux). Le condizioni, ultimo fattore, sono ancor più chiaramente comprensibili: è dimostrato che l’alta o la bassa pressione metereologica influiscono sulle dinamiche di evaporazione dei vini (e delle molecole volatili odorose); oppure, per vari motivi, è molto differente degustare in piedi, distratto da mille persone intorno, piuttosto che farlo soli, seduti e concentrati.

Le variabili sono quindi molte e talvolta molto complesse.

Per queste motivazioni, nell’idea di operare una degustazione corretta al fine di avere una rappresentazione utile, si tende ad uniformare i parametri che regolano le sessioni di degustazione, per evitare che la valutazione sia troppo condizionata da agenti esterni (temperature dei vini e di ambiente costanti, stesso tipo di bicchiere per tutti i vini, campioni serviti alla cieca… ). E’ ovvio che il risultato non è libero da rischi, però è quanto di più si avvicina ad un metodo oggettivo di valutazione (se di oggettivo si può parlare con un ‘soggetto degustatore’, quindi, come direbbe Groucho Marx, con un ‘soggetto soggettivo’). I metodi sono molti, ognuno con pregi e difetti.

La corretta degustazione, ai fini della nascita di un vino, dovrà indicare non un punteggio che determini il valore del vino secondo un’estetica prestabilita, bensì, ed il più accuratamente possibile, la qualità delle sensazioni sotto il profilo analitico/discriminatorio. Ciò vuol dire, semplicemente, lavorare sulla percezione dell’intensità delle varie sensazioni (all’interno di vista, odorato e gusto), singolarmente e nell’insieme, poterle riconoscere e poterle esprimere.

Da qui, infine, ma solo da qui, dopo un corretto approccio analitico, inizia la parte più bella: abbiamo (forse) capito un po’ di più il nostro vino e ora dobbiamo interpretarlo, valorizzarlo.

In maniera personale, certamente, perché il gusto del vino è nella nostra testa.

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