La vigna di Calvino

 

 

 

 

 

 

 

Italo Calvino non amava Sanremo, dove aveva vissuto dai due ai diciannove anni e studiato fino alla terza liceo e dove ieri si è concluso il primo convegno di studi sullo scrittore a un anno dalla morte. Già nel ‘ 57 aveva scritto il lungo racconto La speculazione edilizia, ritratto piuttosto impietoso della cittadina ligure sconvolta dal boom edilizio, dalla famelica smania della media borghesia industriale di costruirsi l’ appartamento al mare (il piccone che dirocca la villetta liberty a due piani, la scure che abbatte la palma washingtoniana, le araucarie, le piante tropicali, le spalliere di plumbago, per far posto alle future, soleggiate bicamere- servizi). Avendo voglia, si potrebbero rintracciare tra gli ingegneri e i costruttori del racconto, in bilico tra l’ imbroglio e le cambiali, vecchie conoscenze di Calvino. Lo scrittore è poi tornato a Sanremo solo per vedere ogni tanto la madre. Quando Eva Mameli Calvino morì, l’ ultimo legame con la cittadina rimase Villa Meridiana dove la famiglia Calvino aveva abitato: una volta era circondata da uno stupendo giardino tropicale, dove molti anni prima il padre Mario aveva costituito la Stazione sperimentale di floricoltura (visto in una prospettiva sanremese, sarebbe stato molto più giusto dedicare il convegno a Mario Calvino, agronomo geniale, bizzarro, nevrotico, che trasformò l’ economia della zona con l’ introduzione della floricoltura). Poi anche la villa, nel 1979, venne venduta: una vicenda penosa per lo scrittore, complicata da strane e non chiare mene da parte del Comune. Da allora Italo non è mai più voluto tornare a Sanremo, dice Chichita Calvino. Nell’ introduzione a una ristampa del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino ha scritto che il lungomare con le palme, il Casinò, gli alberghi liberty non gli erano mai piaciuti: anche prima della speculazione edilizia. Aveva invece amato intensamente il paesaggio collinare ligure, almeno quello che ne era rimasto. Italo era come immerso in un sentimento della natura: gli alberi, i costoni, i picchi, le fasce, ossia le terrazze, racconta Francesco Biamonti coltivatore di mimose e scrittore. Era un camminatore delle colline. Osservava i paesi sparsi sopra le fasce, i cieli ventosi e chiari che quasi fa male a guardarli. Mi pare abbia detto da qualche parte che questo paesaggio era gelosamente suo, non descritto da nessun altro, tranne Montale. Ripeteva di poter leggere Montale quasi sempre in chiave di memoria locale, anche se Italo era della Riviera di Ponente e Montale di quella di Levante. Biamonti, che ha presentato una breve testimonianza al convegno, abita a San Biagio della Cima, nell’ entroterra di Ventimiglia: una casetta modesta, senza telefono, con davanti una vigna. Il suo libro L’ angelo di Avrigue è stato pubblicato nel 1983 da Einaudi anche grazie a Calvino. Quando lesse il manoscritto, mi mandò subito una lettera deliziosa. Poi ci siamo incontrati a Torino. Dicono che non parlasse, tutti ricordano i suoi famosi silenzi. Ma con me è stato una giornata intera a chiacchierare, interessato, curioso, protettivo. A pranzo c’ era anche Giulio Einaudi, che voleva sapere questo e quello, perché non hai scritto prima, eccetera. Io ero imbarazzato. Italo se ne accorse e sottovoce mi disse in dialetto: battitene il belin, sbattitene, non rispondere. Dice Biamonti che Calvino era contento di essersi disfatto di Villa Meridiana assediata dal cemento dove poi hanno costruito un condominio. Ma era molto pentito di aver venduto anche la vigna di San Giovanni, un pezzo di terra sopra Sanremo: Ci facevano il rossese, un buon vino, lo stesso che faccio io. Al mattino presto, con l’ aria chiara, si poteva vedere la Corsica, lo scrive in un suo racconto… Credo che Roma, dove si era trasferito, non gli piacesse più, andava cercando in qualche modo le sue radici, come succede sempre a una certa età. Una volta mi mandò a dire da un amico comune, un poeta, Armand Rapoport, che vive tra Parigi e Mentone, di non fare come lui, di non vendere mai la vigna: Uno ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, perché la vita è diventata triste. Al convegno sono mancati alcuni relatori, ci sono stati spunti interessanti. Giulio Einaudi ha letto alcune lettere inedite assai curiose dello scrittore spedite dagli Stati Uniti nel 1959: Calvino ossessionato dalle enormi auto, che lo affascinano;; Calvino entusiasta dei computers, che tutti i ragazzi, secondo lui, dovrebbero imparare ad usare. Anche un Calvino scrittore di costume, che fa una sarcastica descrizione di ambienti intellettuali nuovayorkesi: Allen Ginsberg, il poeta, con una barbaccia nera schifosa, una maglietta bianca sotto un vestito scuro a doppiopetto, scarpette da tennis. Arrabal uno scrittore di pièces teatrali che nessuno ha mai voluto rappresentare, arrivato negli States per scandalizzare. E che viene ritrovato da Calvino nella sua camera d’ albergo, scandalizzato e inorridito, perché hanno tentato di sedurlo: rivelandosi, improvvisamente, il povero ragazzetto spagnolo che fino a pochi anni fa studiava da prete. Il tema del convegno doveva essere qualcosa come Calvino tra letteratura e scienza, con partecipazione appunto di letterati e di scienziati.

Il problema di Calvino l’ ha ripetuto molte volte era naturalmente quello della forma narrativa: scrivere un nuovo libro significava per lui costruire una nuova forma di racconto, perché sapeva di appartenere a una generazione votata o condannata agli esperimenti e agli azzardi linguistici (Mann si era sporto dall’ estrema ringhiera dell’ 800, Calvino guardava il mondo precipitando nella tromba delle scale…). La scienza e dintorni, a un certo momento, si sono prestati come i materiali più congeniali per il suo immaginario, come una miniera in cui scavare con buoni risultati. Fisica, astrofisica, scienze naturali, come universo di conoscenze straordinarie, come idee e spunti per trasfigurazioni ironiche, per manipolazioni, al solo fine ultimo della resa letteraria. Così inevitabilmente il convegno, almeno negli interventi più alti, si è posto un altro dilemma: detto grossolanamente, il dilemma del miglior Calvino. Gore Vidal, che ha lanciato Calvino negli Stati Uniti, diceva nei suoi saggi che Calvino, andando a Parigi, era stato infettato in qualche maniera dai francesi: i semiologi, la Sarraute, Robbe- Grillet, Queneau e poi, oltre ai francesi, naturalmente, Borges: Nelle Cosmicomiche le influenze sono generalmente benigne, perché Calvino è un artista troppo formidabile e originale per venir deragliato da teorici o da altri autori, però in uno o due racconti…. E’ una discussione ancora attuale. Nella relazione introduttiva al convegno, Natalino Sapegno si è in un certo senso schierato dalla parte di Vidal. Il decennio che va pressappoco dal 1952 al 1963, ossia da una parte racconti come La speculazione edilizia o La giornata di uno scrutatore, dall’ altra le allegorie del Visconte dimezzato, del Barone rampante, del Cavaliere inesistente, ha detto, rappresenta il momento di più profondo impegno e di più alta maturità nella carriera letteraria di Calvino. L’ ultima fase, dalle Cosmicomiche a Se una notte d’ inverno un viaggiatore, sarebbe solo un gioco a freddo dell’ intelligenza, un’ insopportabile ostentazione di bravura, se non riflettesse una crisi che investe tutte le strutture della società. Altri intervenuti, come Franco Croce, non sono stati d’ accordo: e qui si potrebbe discutere all’ infinito se l’ estrema nitidezza ed eleganza di Calvino erano diventate così sottili (non nel senso di esili) da risultare glaciali. Ma la relazione più interessante mi è sembrata quella di Vittorio Coletti, un giovane professore che insegna all’ università di Trento, sull’italiano di Calvino. Un ottimo modello di buon italiano dimenticato, che solo uno scrittore illuminista poteva resuscitare. Ma non un italiano medio a cui sono sempre mancate doti di precisione e di concretezza. Il mio ideale linguistico, aveva scritto Calvino nel ‘ 55, è un italiano che sia il più possibile concreto e il più possibile preciso. Il nemico da abbattere è la tendenza degli italiani ad usare espressioni astratte e generiche. Credo che la tendenza di Calvino a parlar poco, oltre a ragioni di introversione personale, rispondesse ad un certo disgusto per la parola parlata, sbadata e non rigorosa, inesatta, approssimata. E che una delle ragioni del suo scrivere fosse l’ ansia di dare alla parola una forma e un ordine. Anni fa Pasolini, sollevando una nuova questione della lingua, disse che l’ italiano finalmente era nato ma che non gli piaceva perché era tecnologico. E Calvino, chiamato ad intervenire, rispose che l’ italiano stava morendo e che sarebbe sopravvissuto solo diventando una lingua strumentalmente moderna, ha raccontato Coletti. Calvino non era spaventato dalla precisione tecnologica del linguaggio: ne temeva, invece, la specializzazione corporativa, la trasformazione in gergo, in antilingua. Diceva: più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti e più acquista stile. In fondo c’ è nel Calvino che realizza queste scelte di lingua e di stile, non solo una vocazione di poeta, ma anche un istinto pedagogico dell’ intellettuale illuminista: la professionalità dei pochi trasferita nel bagaglio comune dei molti.

da La Repubblica, articolo di Stefano Malatesta, 30 Novembre 1986.