Optimus potor

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così scrisse Paolo Monelli del Rossese di Dolceacqua nel suo libro ‘O.P. ossia Il vero bevitore’, edizioni Longanesi&C.

(Da pag.90)

‘ In questo capitolo e nel seguente parlerò soltanto di alcuni vini degni di essere celebrati per particolari virtù, o preziosi perché rari, o che hanno rallegrato in modo particolare qualche momento della mia vita o ai quali mi legano personali ricordi;’

(Da pagg. 117-118)

‘Rossese e vermentino di Dolceacqua

Passata Bordighera, un po’ prima di Ventimiglia si apre a destra una strada che sale verso le grandi montagne. Si va su per la valle del torrente Nervia per sette o otto chilometri, si trova un borgo vetustissimo e nero, di qua e di là dal torrente; un’impennata di case altissime, fatte di sassi nudi spigolosi, di finestre strette, che si inerpicano fin sotto la spianata di un castellaccio di cui sono in piedi soltanto le mura e i torrioni, costruito nel ‘400 da un ramo della famiglia Doria, i marchesi di Dolceacqua, in guerra secolare con i Grimaldi signori di Monaco. A settentrione del paese stanno i rari vigneti da cui si allevano il rossese e il vermentino; bisogna venirli a bere sul posto, presso i pochi vignaioli che ancora vi attendono, dolendosi della pena grande e dei guadagni scarsi; o cercarli nelle poche trattorie lungo la riviera che di quei produttori siano clienti fidati. Del vermentino, bianco o limpido, non se ne fa quasi più, mi ha detto nella sua cantina a Dolceacqua il vinattiere Franco Raimondo ,di cui mi aveva dato l’indirizzo Virgilio farmacista del luogo, che orgoglioso della sua qualità di farmacista rurale consiglia più spesso vino che pasticche agli ammalati. Nemmeno lui, il vinattiere, avrebbe potuto farmene assaggiare un poco della sua riserva particolare perché ne ha una damigiana sola, e la tiene chiusa per l’intenditore che gliela compri, ed il contenuto prometta di beverselo con gli amici. Mi propinò invece un rossese, del ’59, perché il ’60 è stata una cattiva annata; stappando due bottiglie, una di vino di dodici gradi e un’altra distinta da una diversa etichetta che ha una gradazione più forte e fa parte di una piccola riserva che chiama Napoleone. Perché i grappoli che maturano su quei pendii su per la valle elaborano ciascuno a suo modo il calore del sole e il succo del ceppo e del terreno; sì che l’annata dà diversi tipi, e in fondo non c’è bottiglia uguale all’altra; il che, mi erudì, è il solo e sicuro indizio che il vino non abbia subito alcun trattamento disonesto e arbitrario. Ed è giusto; anche le ragazze che dopo il vino sono la più bella cosa che Dio abbia dato agli uomini perché si consolino del vivere (e qui ammiccò ad una ardita brunetta presente), anche le ragazze piacciono tanto perché l’una è diversa dall’altra; peccato che anch’esse si stanno guastando, come il vino fatto dai poco scrupolosi, ed a furia di seguire tutte una stessa foggia e acconciarsi nella stessa maniera e parlare con lo stesso vocabolario diventeranno anche loro tutte uguali, intercambiabili come i pezzi delle automobili. Ed un’altra cosa mi disse il vinattiere, che il rossese non è vino che vuole diventare vecchio; altro punto di somiglianza con le ragazze. Ma la sua bontà, come mi fece provare mescendo dall’una e dall’altra bottiglia, è subito conclusa, cosicché questo raro vino (che ha un bel colore rubino, un lieve profumo di fragola e un grandissimo gusto che quando il liquido passa sotto l’ugola si lascia addietro un che di amariccio) ha le piacevolezze del vino giovane, e tutte le severe virtù di quello invecchiato.’

da ‘O.P. ossia Il vero bevitore’, di Paolo Monelli, edizioni Longanesi&C., 1963.