Il Dolceacqua rampante

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così scrisse del Dolceacqua e della vendemmia il grande Italo Calvino, nel suo Barone Rampante.

“Ombrosa era una terra di vigne, anche. Non l’ho mai messo in risalto perché seguendo Cosimo ho dovuto tenermi sempre alle piante d’alto fusto. Ma c’erano vaste pendici di vigneti, e ad agosto sotto il fogliame dei filari l’uva rossese gonfiava in grappoli d’un succo denso già di color vino. Certe vigne erano a pergola: lo dico anche perché Cosimo invecchiando s’era fatto così piccolo e leggero e aveva così bene imparata l’arte di camminare senza peso che le travi dei pergolati lo reggevano. Egli poteva dunque passare sulle vigne, e così andando, e aiutandosi con gli alberi da frutta intorno, e reggendosi ai pali detti scarasse, poteva fare molti lavori come la potatura, d’inverno, quando le viti sono nudi ghirigori attorno al fil di ferro, o sfittire la troppa foglia d’estate, o cercare gli insetti, e poi a settembre la vendemmia.

Per la vendemmia veniva a giornata nelle vigne tutta la gente ombrosotta, e tra il verde dei filari non si vedeva che sottane a colori vivaci e berrette con la nappa. I mulattieri caricavano corbe piene sui basti e le vuotavano nei tini; altre se le prendevano i vari esattori che venivano con squadre di sbirri a controllare i tributi per i nobili del luogo, per il Governo della Repubblica di Genova, per il clero ed altre decime. Ogni anno succedeva qualche lite.

Le questioni delle parti del raccolto da erogare a destra e a manca furono quelle che dettero motivo alle maggiori proteste sui «quaderni di doglianza», quando ci fu la rivoluzione in Francia. Su questi quaderni si misero a scriverci anche a Ombrosa, tanto per provare, anche se qui non serviva proprio a niente. Era stata una delle idee di Cosimo, il quale in quel tempo non aveva più bisogno d’andare alle riunioni della Loggia per discutere con quei quattro vuotafìaschi di Massoni. Stava sugli alberi della piazza e gli veniva intorno tutta la gente della marina e della campagna a farsi spiegare le notizie, perché lui riceveva le gazzette con la posta, e in più aveva certi amici suoi che gli scrivevano, tra cui l’astronomo Bailly, che poi lo fecero maire (=sindaco) di Parigi, e altri clubisti. Tutti i momenti ce n’era una nuova: il Necker, e la pallacorda, e la Bastiglia, e Lafayette col cavallo bianco, e re Luigi travestito da lacchè. Cosimo spiegava e recitava tutto saltando da un ramo all’altro, e su un ramo faceva Mirabeau alla tribuna, e sull’altro Marat ai Giacobini, e su un altro ancora re Luigi a Versaglia che si metteva la berretta rossa per tener buone le comari venute a piedi da Parigi.

Per spiegare cos’erano i «quaderni di doglianza», Cosimo disse: – Proviamo a farne uno -. Prese un quaderno da scuola e l’appese all’albero con uno spago; ognuno veniva lì e ci segnava le cose che non andavano. Ne saltavano fuori d’ogni genere: sul prezzo del pesce i pescatori, e i vignaioli sulle decime, e i pastori sui confini dei pascoli, e i boscaioli sui boschi del demanio, e poi tutti quelli che avevano parenti in galera, e quelli che s’erano presi dei tratti di corda per un qualche reato, e quelli che ce l’avevano coi nobili per questioni di donne: non si finiva più. Cosimo pensò che anche se era un «quaderno di doglianza» non era bello che fosse così triste, e gli venne l’idea di chiedere a ognuno che scrivesse la cosa che gli sarebbe piaciuta di più. E di nuovo ciascuno andava a metterci la sua, stavolta tutto in bene: chi scriveva della focaccia, chi del minestrone; chi voleva una bionda, chi due brune; chi gli sarebbe piaciuto dormire tutto il giorno, chi andare per funghi tutto l’anno; chi voleva una carrozza con quattro cavalli, chi si contentava d’una capra; chi avrebbe desiderato rivedere sua madre morta, chi incontrare gli dèi dell’Olim¬po: insomma tutto quanto c’è di buono al mondo veniva scritto nel quaderno, oppure disegnato, perché molti non sapevano scrivere, o addirittura pitturato a colori. Anche Cosimo ci scrisse: un nome: Viola. Il nome che da anni scriveva dappertutto.

Ne venne un bel quaderno, e Cosimo lo intitolò «Quaderno della doglianza e della contentezza». Ma quando fu riempito non c’era nessuna assemblea a cui mandarlo, perciò rimase lì, appeso all’albero con uno spago, e quando piovve restò a cancellarsi e a infradiciarsi, e quella vista faceva stringere i cuori degli Ombrosotti per la miseria presente e li riempiva di desiderio di rivolta.

Insomma, c’erano anche da noi tutte le cause della Rivoluzione francese. Solo che non eravamo in Francia, e la Rivoluzione non ci fu. Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.

A Ombrosa, però, corsero ugualmente tempi grossi. Contro gli Austrosardi l’esercito repubblicano muoveva guerra lì a due passi. Massena a Collardente, Laharpe sul Nervia, Mouret lungo la Cornice, con Napoleone che allora era soltanto generale d’artiglieria, cosicché quei rombi che si udivano giungere a Ombrosa sul vento or sì or no, era proprio lui che li faceva.

A settembre ci si preparava per la vendemmia. E pareva ci si preparasse per qualcosa di segreto e di terribile.

I conciliaboli di porta in porta:

- L’uva è matura!
- È matura! Eh già!
- Altro che matura! Si va a cogliere!
- Si va a pigiare!
- Ci siamo tutti! Tu dove sarai?
- Alla vigna di là del ponte. E tu? E tu?
- Dal Conte Pigna.
- Io alla vigna del mulino.
- Hai visto quanti sbirri? Paiono merli calati a beccare i grappoli.
- Ma quest’anno non beccano!
- Se i merli sono tanti, qui siamo tutti cacciatori!
- C’è chi invece non vuol farsi vedere. C’è chi scappa.
- Come mai quest’anno la vendemmia non piace più a tanta gente?
- Da noi volevano rimandarla. Ma ormai l’uva è matura!
- È matura!

L’indomani invece la vendemmia cominciò silenziosa. Le vigne erano affollate di gente a catena lungo i filari, ma non nasceva nessun canto. Qualche sparso richiamo, grida: – Ci siete anche voi? È matura! – un muovere di squadre, un che di cupo, forse anche del cielo, che era non del tutto coperto ma un po’ greve, e se una voce attaccava una canzone rimaneva subito a mezzo, non raccolta dal coro. I mulattieri portavano le corbe piene d’uva ai tini. Prima di solito si facevano le parti per i nobili, il vescovo e il governo; quest’anno no, pareva che se ne dimenticassero.

Gli esattori, venuti per riscuotere le decime, erano nervosi, non sapevano che pesci pigliare. Più passava il tempo, più non succedeva niente, più si sentiva che doveva succedere qualcosa, più gli sbirri capivano che bisognava muoversi ma meno capivano che fare.

Cosimo, coi suoi passi da gatto, aveva preso a camminare per i pergolati. Con una forbice in mano, tagliava un grappolo qua e un grappolo là, senz’ordine, porgendolo poi ai vendemmiatori e alle vendemmiatrici là di sotto, a ciascuno dicendo qualcosa a bassa voce.

Il capo degli sbirri non ne poteva più. Disse: – E ben, e allora, così, vediamo un po’ ‘ste decime? -L’aveva appena detto e s’era già pentito. Per le vigne risuonò un cupo suono tra il boato e il sibilo: era un vendemmiatore che soffiava in una conchiglia di quelle a buccina e spargeva un suono d’allarme nelle valli. Da ogni poggio risposero suoni uguali, i vignaiuoli levarono le conchiglie come trombe, e anche Cosimo, dall’alto d’una pergola.

Per i fìlari si propagò un canto; dapprima rotto, discordante, che non si capiva che cos’era. Poi le voci trovarono un’intesa, s’intonarono, presero l’aire, e cantarono come se corressero, di volata, e gli uomini e le donne fermi e seminascosti lungo i filari, e i pali le viti i grappoli, tutto pareva correre, e l’uva vendemmiarsi da sé, gettarsi dentro i tini e pigiarsi, e l’aria le nuvole il sole diventare tutto mosto, e già si cominciava a capire quel canto, prima le note della musica e poi qualcuna delle parole, che dicevano: – Ça ira! Ça ira! Ça ira! – e i giovani pestavano l’uva coi piedi scalzi e rossi, – Ça ira! – e le ragazze cacciavano le forbici appuntite come pugnali nel verde fìtto ferendo le contorte attaccature dei grappoli, – Ça ira! – e i moscerini a nuvoli invadevano l’aria sopra i mucchi di graspi pronti

per il torchio, – Ça ira! – e fu allora che gli sbirri persero il controllo e: – Alto là! Silenzio! Basta col bordello! Chi canta lo si spara! – e cominciarono a scaricare fucili in aria.

Rispose loro un tuono di fucileria che parevano reggimenti schierati a battaglia sulle colline. Tutti gli schioppi da caccia d’Ombrosa esplodevano, e Cosimo in cima a un alto fico suonava la carica nella conchiglia a tromba. Per tutte le vigne ci fu un muoversi di gente. Non si capiva più quel che era vendemmia e quel che era mischia: uomini uva donne tralci roncole pampini scarasse fucili corbe cavalli fil di ferro pugni calci di mulo stinchi mammelle e tutto cantando: Ça ira!

- Eccovi le decime! – Finì che gli sbirri e gli esattori furono cacciati a capofitto nei tini pieni d’uva, con le gambe che restavano fuori e scalciavano. Se ne tornarono senza aver esatto niente, lordi da capo a piedi di succo d’uva, d’acini pestati, di vinacce, di sansa, di graspi che restavano impigliati ai fucili, alle giberne, ai baffi.

La vendemmia proseguì come una festa, tutti es¬sendo convinti d’aver abolito i privilegi feudali. In¬tanto noialtri nobili e nobilotti c’eravamo barricati nei palazzi, armati, pronti a vender cara la pelle. (Io veramente mi limitai a non mettere il naso fuori dall’uscio, soprattutto per non farmi dire dagli altri nobili che ero d’accordo con quell’anticristo di mio fratello, reputato il peggior istigatore, giacobino e clubista di tutta la zona). Ma per quel giorno, cacciati gli esattori e la truppa, non fu torto un capello a nessuno.

Erano tutti in gran daffare a preparare feste. Misero su anche l’Albero della Libertà, per seguire la moda francese; solo che non sapevano bene com’erano fatti, e poi da noi d’alberi ce n’erano talmente tanti che non valeva la pena di metterne di finti. Così addobbarono un albero vero, un olmo, con fiori, grappoli d’uva, festoni, scritte: «Vive la Grande Nation!» In cima in cima c’era mio fratello, con la coccarda tricolore sul berretto di pel di gatto, e teneva una conferenza su Rousseau e Voltaire, di cui non si udiva neanche una parola, perché tutto il popolo là sotto faceva girotondo cantando: Ça ira!

L’allegria durò poco. Vennero truppe in gran forza: genovesi, per esigere le decime e garantire la neutralità del territorio, e austrosarde, perché s’era sparsa già la voce che i giacobini d’Ombrosa volevano proclamare l’annessione alla «Grande Nazione Universale» cioè alla Repubblica francese. I rivoltosi cercarono di resistere, costruirono qualche barricata, chiusero le porte della città… Ma sì, ci voleva altro! Le truppe entrarono in città da tutti i lati, misero posti di blocco in ogni strada di campagna, e quelli che avevano nome d’agitatori furono imprigionati, tranne Cosimo che chi lo pigliava era bravo, e altri pochi con lui.

Il processo ai rivoluzionari fu messo su alle spicce, ma gli imputati riuscirono a dimostrare che non c’entravano niente e che i veri capi erano proprio quelli che se l’erano svignata. Così furono tutti liberati, tanto con le truppe che si fermavano di stanza a Ombrosa non c’era da temere altri subbugli. Si fermò anche un presidio d’Austrosardi, per garantirsi da possibili infiltrazioni del nemico, e al comando d’esso c’era nostro cognato D’Estomac, il marito di Battista, emigrato dalla Francia al seguito del Conte di Provenza.

Mi ritrovai dunque tra i piedi mia sorella Battista, con che piacere vi lascio immaginare. Mi s’installò in casa, col marito ufficiale, i cavalli, le truppe d’ordinanza. Lei passava le serate raccontandoci le ultime esecuzioni capitali di Parigi; anzi, aveva un modellino di ghigliottina, con una vera lama, e per spiegare la fine di tutti i suoi amici e parenti acquistati decapitava lucertole, orbettini, lombrichi ed anche sorci. Così passavamo le serate. Io invidiavo Cosimo che viveva i suoi giorni e le sue notti alla macchia, nascosto in chissà quali boschi.”

Da “Il barone rampante”, Cap.XXVI, Italo Calvino, 1957