Ritrovarsi

 

 

 

 

 

 

“Filippo, devi venire a trovarmi: tuo papà, Claudio, mi ha dato qualcosa che, credo, dovresti vedere.”

“Ascolta’’, mi dice l’amico, “Sono passati tanti anni da quando Claudio venne da me con qualcosa, che voleva custodissi io, per lui. Aveva in mente un’idea, non sapevo esattamente cosa, finché non vidi le bottiglie. Capii subito e gli offrii di conservarle in un luogo adatto, una grotta scavata nella roccia, della mia famiglia. Entrammo dunque all’interno, scegliemmo una parte meno umida, e preparammo un letto di sabbia su cui adagiammo le bottiglie. Uscimmo a rivedere il sole, e chiusi la porta. Quel giorno ci sedemmo in terrazza, davanti a calici allegri, e parlammo per ore: del passato, del futuro, e della promessa di stappare una bottiglia ogni tanto per ricordare, e per imparare. Una gran bella giornata.
Dopo qualche tempo Claudio è mancato, le bottiglie sono rimaste là, non le ho più toccate. Te le voglio mostrare.’’

La serratura, dopo molti sforzi, è aperta. Entriamo nel bugigattolo buio con l’aiuto di una torcia, sotterranei. La lontananza dalla luce e dal vento si fa sentire.

Le bottiglie sono lì, ora, davanti a me, sul loro letto di sabbia; sono emozionato.

Dieci magnum. Di Arcagna! Di Bricco! Di papà!

Non capisco, ma penso, mentre li guardo: sono sulla sabbia, sono nella sabbia. Sono sabbia.

E io, pure.

 

Come scorrea la calda sabbia lieve
Per entro il cavo della mano in ozio,
Il cor sentì che il giorno era più breve.
E un’ansia repentina il cor m’assalse
Per l’appressar dell’umido equinozio
Che offusca l’oro delle piagge salse.
Alla sabbia del Tempo urna la mano
Era, clessidra il cor mio palpitante,
L’ombra crescente d’ogni stelo vano
Quasi ombra d’ago in tacito quadrante
“La sabbia del Tempo”, da ‘Alcyone’, 1903, Gabriele D’Annunzio.